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Con sentenza del 10 aprile 2017, la n. 18100, la IV Sez. della Cassazione Penale ha ritenuto colpevole di omicidio colposo un infermiere che aveva attribuito un “codice verde” a un paziente colpito da infarto, poi deceduto.

Nel motivare la propria decisione, i Giudici di legittimità, hanno evidenziato come l’infermiere, nel sottovalutare il codice colore, aveva provocato una serie infausta di eventi che hanno portato alla morte del paziente.

Segnatamente, sul versante della colpa, la Corte di Cassazione ha  rilevato che l’imputato aveva “violato sia
le linee guida del triage, sia le regole di comune diligenza e perizia richieste agli infermieri professionali addetti al Pronto Soccorso, tenuto conto dei sintomi  mostrati dal paziente (perdita di conoscenza; incontinenza urinaria) e della  acquisita anamnesi familiare. Già in sede di prelievo del paziente presso il proprio domicilio, infatti, era stato rilevato il dato attinente al precedente caso di infarto del miocardio, occorso al padre del paziente (…) alla medesima del paziente di cui si tratta”. I Giudici di legittimità hanno, altresì, rilevato “che le  condizioni di sovraffollamento della struttura sanitaria, il giorno del fatto, non autorizzavano altrimenti la declassificazione del triage rispetto ai codici di priorità gialli, che afferiscono a patologie degne di particolare attenzione”.
Sul versante causale, la Corte territoriale ha poi osservato che l’assegnazione di un corretto codice di priorità avrebbe comportato, secondo le indicazioni delle linee guida, l’effettuazione dell’elettrocardiogramma entro trenta minuti, evenienza che avrebbe consentito di intraprendere utilmente il corretto percorso diagnostico e terapeutico”. Segnatamente, il Collegio ha considerato che i consulenti tecnici avevano chiarito che “la condotta attesa, secondo la buona pratica medica nel rispetto delle linee guida del settore infermieristico, da parte dell’imputato, avrebbe evitato la morte del paziente. Ciò in quanto, ove l’infermiere avesse assegnato il codice corretto, il paziente sarebbe stato sottoposto entro trenta minuti all’elettrocardiogramma, coerentemente con le indicazioni delle linee guida; e tale accertamento avrebbe consentito di intraprendere in tempo utile il corretto percorso diagnostico e terapeutico”.

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CategoryDiritto penale

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